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E' urgente una preghiera per la vita che attraversi il mondo intero (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 100)

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Scritto da Giovanni   
mercoledì 19 ottobre 2005

Intervista al medico P. P. Donadio (13 ottobre 2005)
L’eutanasia? Una scorciatoia, parola di medico

di Marco Ferrando


Un dibattito a più voci sul "crepuscolo della vita", affrontato sotto il profilo sanitario, giuridico e filosofico. È quanto offrono una raccolta di saggi da pochi giorni in libreria e la serata per presentarla, martedì prossimo a Torino (vedi box accanto). Il compito di ricostruire dal vivo il filo logico del testo e accostarlo alla realtà italiana sarà affidato alla giurista Anna Maria Poggi, ordinaria di Diritto e preside della facoltà di Scienze della formazione dell’ateneo torinese, e a Pier Paolo Donadio, primario di Anestesia e rianimazione all’Ospedale Molinette di Torino, coordinatore regionale del sistema di donazione e prelievi di organi della Regione Piemonte.

«Il libro – anticipa Donadio – ha il merito di affrontare il problema da un punto di vista non confessionale. Gli autori sono dichiaratamente contrari all’eutanasia, ma partono da alcuni presupposti validi per un cattolico così come per un laico. Non a caso nel testo non si ricorre alla parola "Dio" neanche una volta. Piuttosto si cercano convergenze tra cultura laica e cattolica, puntando a dimostrare che è assolutamente vantaggiosa una posizione contraria all’eutanasia anche per chi credente non è».

In pratica non si parte dall’assunto per cui la vita è inviolabile?
«Esattamente. È chiaro che se si parla da credenti, il discorso finisce ancor prima di iniziare. Chi ritiene che la vita non sia un bene disponibile esclude a priori l’eutanasia come soluzione. Ma se si inizia da qui, certo non si aiuta il confronto».

E invece?
«Occorre esaminare il problema dal punto di vista della limitazione degli abusi, della dignità dell’uomo, della praticabilità nella grande maggioranza dei casi di cure che, se sono veramente tali e non semplici "trattamenti", sono in grado di ottenere un risultato molto più soddisfacente rispetto all’eliminazione del problema alla radice. La sfida è dimostrare che una scelta non eutanasica è vantaggiosa per la società, indipendentemente dal fatto che la vita sia considerata sacra o meno».

Come si arriva a questa conclusione?
«Partiamo con un esempio, la pena di morte. La domanda che dobbiamo porci è più o meno questa: facendo finta che la vita sia un bene disponibile, è saggio legittimare il ricorso al patibolo? La risposta – "no" – diventa largamente condivisibile quando si verifica come laddove la pena capitale è in vigore gli errori giudiziari e gli abusi sono dietro l’angolo. Senza contare che il problema che si voleva estirpare spesso non viene affatto meno e che, intanto, si sono generate nuove sofferenze».

Gli stessi argomenti valgono per l’eutanasia?
«Facendo le dovute distinzioni, sì. Anche se ci fosse un caso su mille in cui il dolore non è trattabile, rimangono enormemente più significative le situazioni in cui esistono trattamenti all’altezza delle situazione. Va detto, tuttavia, che il quadro è assai più variegato: si aprono infatti anche questioni di risorse, cultura, tradizione, formazione dei medici, investimenti...».

Siamo ancora indietro?
«Purtroppo sì. Lavoro in una branca della medicina relegata al ruolo di cenerentola, una delle prime a subire tagli di risorse. È un dato di fatto: ci sono un sacco di strutture per trapianti ma pochi luoghi per curare i nostri pazienti. E lo stesso discorso vale per l’assistenza domiciliare, che oggi è quasi completamente affidata al volontariato».

E se invece ci fosse tutto questo?
«Il vero nocciolo della questione è che nove volte su dieci la richiesta di eutanasia da parte di un soggetto in grado di porla vale quanto un tentato suicidio».

In pratica, è una disperata richiesta di aiuto.
«È una situazione vicinissima a quella di colui il quale in una mano ha le pastiglie per farla finita e nell’altra il telefono per chiamare l’ambulanza. Questa persona non vuole morire davvero, ma ha solo bisogno di attenzione: la minaccia del suicidio è un modo per dire che sta male e che ha bisogno di assistenza».

Dunque la stessa situazione si ripete per chi invoca l’eutanasia...
«Quasi sempre ci troviamo dinanzi a un appello e non a una richiesta di soppressione. In un paziente che arriva al punto di chiedere l’eutanasia, la componente depressiva causata dalla malattia e dalla mancanza di assistenza adeguata e di condivisione è determinante».

Ma suicidio ed eutanasia spesso vengono guardati con occhi diversi.
«È inspiegabile. Perché a un uomo che vuole buttarsi dal balcone si applica il trattamento sanitario obbligatorio, sacrificando il principio dell’autonomia, e invece non si chiama in causa questo stesso principio nel momento in cui c’è la richiesta di staccare una spina? C’è molto da fare per umanizzare il percorso di fine vita, tornando a ragionare serenamente di dignità».

Succede che la richiesta di eutanasia venga avanzata lucidamente?
«Sì, ma garantisco che si tratta di una quota davvero trascurabile di pazienti. Sono convinto che calibrando l’intero sistema su una percentuale irrilevante ci si incamminerebbe lungo una china estremamente pericolosa. Invece c’è la stragrande maggioranza di casi in cui l’accompagnamento, la cura palliativa e la solidarietà hanno veramente grandi possibilità di successo e di far rientrare questo genere di istanze. Ci sono ricerche che hanno dimostrato come l’attivazione di servizi efficaci abbia ridotto drasticamente le domande di eutanasia. È la dimostrazione che dietro alla richiesta c’è bisogno di aiuto».

Quindi l’eutanasia è una falsa soluzione?
«C’è solo un caso in cui, forse, il paziente ha tutti gli elementi per decidere autonomamente, ed è quello delle malattie degenerative neurologiche progressive, tipo la sclerosi laterale amiotrofica. Ecco: che in questi casi ci può essere una persona disposta a rimanere per mesi in condizioni estreme di estrema sofferenza pur di veder nascere il nipote, ad esempio. Invece oggi avviene spesso che si spingano i pazienti in situazioni ormai oltre i limiti, e inducendo moltissime persone a dichiararsi a favore dell’eutanasia».

Perché poi la generalizzazione è a un passo...
«Appunto. Invece, escludendo questi casi, ci sono ottime ragioni per non legalizzare l’eutanasia. Autorizzarla sarebbe come abolire la chirurgia anziché sviluppare l’anestesia: la chirurgia fa male, è vero, ma c’è la possibilità di sedare il dolore. È solo con la chirurgia che ci si pone nelle condizioni di superare la stragrande maggioranza delle patologie. Senza arenarci dinanzi ai problemi di costi, anche perché in una sanità angustiata da pesanti affanni economici non mi stupirei di veder assegnato a una commissione il potere – superata una certa soglia critica – di decidere cosa fare del paziente. Rischiamo di aprire una porta affacciata sul buio: in un mondo in cui contano il successo e la carriera e prevale chi costa poco e produce molto, i rischi sono davvero esagerati».

Pier Paolo Donadio è primario di Anestesia e rianimazione all’Ospedale Molinette di Torino ed è coordinatore del sistema di donazione e prelievi di organi della Regione Piemonte. Insieme alla giurista Anna Maria Poggi interverrà a Torino martedì prossimo alle 21 alla presentazione del volume «Eutanasia: sofferenza e dignità al crepuscolo della vita» edito da Ares e introdotto dal presidente del Comitato nazionale di bioetica Francesco D’Agostino. L’appuntamento è alla Galleria d’Arte moderna di corso Galileo Ferraris 30, in una serata organizzata dall’Aec - Associazione per le attività educative e culturali, aderente al Comitato Scienza & vita.
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Giovanni Nocera, Roma, Agrigento, Giowind.