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Nuovi studi mettono in guardia sull’uso della pillola abortiva RU-486 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanni   
lunedì 05 dicembre 2005

La mortalità per aborto con RU-486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica

PISA, domenica, 4 dicembre 2005 (ZENIT.org).- Mentre in Italia si fa sempre più vivo il dibattito sulla sperimentazione e l’utilizzo della RU-486, il New England Journal of Medicine pubblica uno studio nel quale si constata che il rischio di mortalità legato a questa pillola abortiva è molto superiore rispetto a quello con tecnica chirurgica.
Nel corso di un intervista con ZENIT, il Dottor Renzo Puccetti Specialista in Medicina Interna e membro del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa, ha precisato che “un editoriale del professor M. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, pubblicato sull’ultimo numero del New England Journal of Medicine, una fra le più prestigiose riviste al mondo, indica che a parità di età gestazionale la mortalità per aborto con RU-486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica (Greene M. NEJM, 2005; 353: 2317-2318)”.

Per quanto riguarda la tollerabilità sotto il profilo fisico, il dottor Puccetti fa riferimento alla “revisione della letteratura realizzata dagli autori de ‘Centro Cochrane’ cinese che sulla base di 101 studi pubblicati hanno evidenziato con la RU-486 più emorragie, più dolore, più febbre e vertigini ed una durata delle perdite di sangue 6 volte e mezzo più prolungata (Zou Y et al. Chinese Cochrane Center. Zhonghua Fu Chan Ke Za Zhi 2004 Jan; 39(1): 39-42)”.

Una ricerca statunitense riporta che il sanguinamento legato all’utilizzo di questa pillola abortiva a a base di Mifepristone è risultato essere di 30 giorni ed oltre nel 9% delle donne (Irving M. Spitz, et al. New Engaland Journal of Medicine, Vol. 338, No. 18 (April 30, 1998), pp. 1241-1247).

Deve essere inoltre considerato il dato che emerge da una recentissima revisione della letteratura, in base alla quale l’aborto medico ha un tasso di insuccessi di 2,7 volte superiore rispetto all’aborto chirurgico (Say L et al. The Cochrane Database of Systematic Reviews 2005 Issue 3).

Secondo il medico del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa ad essere particolarmente minacciata è “l’integrità psichica della donna: uno studio specificamente disegnato per confrontare l’impatto psicologico dell’aborto ‘medico’ rispetto a quello chirurgico ha messo in evidenza che le donne riferiscono il primo come più stressante, soprattutto allorquando vedano il prodotto del concepimento fuoriuscito dal loro corpo e morto (Slade P et al. Br J Obstet Gynaecol. 1998 Dec;105(12):1288-95)”.

Peraltro, spiega poi, “l’aborto stesso non è stato maggiormente preferito dalle donne (Henshaw RC et al. BMJ. 1993 Sep 18;307(6906):714-7); (Crenin MD Contraception 2000 Sep; 62:117-124), segno questo che l’aborto chimico in sé non possiede quei caratteri di indubitabile maggiore tollerabilità psicologica”.

Minacce all’integrità psicologica sono state rilevate anche dal professor Piergiorgio Crosignani, uno dei primi a sperimentare la pillola RU-486 oltre venti anni fa, il quale ha dichiarato che “con la pillola la donna abortisce in tre giorni e questo è penosissimo, tanto che io dico che con la pillola c’è invasività psicologica” (cfr. “Pillola abortiva RU-486. 20 anni fa prima sperimentazione in Italia”, ANSA, 28 novembre 2005).

Un altro elemento che lascia molto perplesso il componente del Comitato “Scienza & Vita” è la compatibilità della procedura adottata dalla Regione Toscana col decreto che consente l’importazione di farmaci non registrati in Italia (cfr. Arcivescovo di Pisa e Comitati di “Scienza e Vita” contro l’importazione della RU-486, ZENIT, 25 ottobre 2005).

Il decreto prevede all’art. 2 comma (g) che al Ministero della Sanità sia inviata la documentazione attestante, tra l’altro, “le esigenze particolari che giustificano il ricorso al medicinale non autorizzato, in mancanza di valida alternativa terapeutica”.

“Nel decreto si parla di alternativa terapeutica, non di alternativa farmacologia, come qualche fonte di stampa ha erroneamente riferito”, ha precisato Puccetti.

Il medico ha quindi concluso affermando: “Immagino che siano agli atti, per ogni singola donna, le certificazioni attestanti tale requisito. C’è da chiedersi allora come sia possibile aver dichiarato l’assenza di valide alternative terapeutiche, visto che alcune donne hanno poi abortito chirurgicamente a causa del ritardo del corriere che doveva trasportare le compresse”.
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Giovanni Nocera, Roma, Agrigento, Giowind.